giovedì 25 settembre 2014

Scrittori Low Cost


Girando in rete ho notato un certo pregiudizio verso gli scrittori esordienti. C’è chi non li legge per principio, perché traumatizzato da esperienze precedenti. C’è chi pensa che tutti gli esordienti scrivano assolute porcate. Se poi si sono autopubblicati, peggio ancora. Sicuramente l’autopubblicazione  è diretta conseguenza del rifiuto di tutti gli editori dell’universo mondo, quindi un indubbio ripiego.

Non è proprio così, molti esordienti si autopubblicano per scelta, magari dopo aver appena rescisso in malo modo un contratto con un (piccolo) editore che non li ha soddisfatti al momento della promozione.

Comunque sia.

C’è una cosa in cui noi esordienti siamo effettivamente penalizzati. Continuo a usare la parola “esordienti”, ma è sbagliata, perché ormai, al quarto titolo pubblicato, l’esordio è già avvenuto, seppure non col botto. E chi come me ha già buttato giù una dozzina di manoscritti non si può più definire alla prima esperienza, in fatto di scrittura, anche se la più parte dei libri magari sta ancora beatamente a ronfare nel cassetto.

E non voglio nemmeno usare la parola “emergenti”, termine che allude a una falsa speranza, perché la più parte di noi non emergerà mai.

Meglio allora parlare di “scrittori low cost”, vi spiego perché.

Gli scrittori low cost sono quelli come me, che possono contare solo sulle loro forze, perché autopubblicati o pubblicati da piccole case editrici, che rifiutano a priori di effettuare editing pesanti per via dei costi elevati che ciò richiederebbe.

Gli scrittori low cost, se sono seri, scrivono solo cose che già conoscono. Non ambientano una storia in Cina se non sono mai stati in nessuno stato dell’Asia. E se non possono permettersi un viaggio, appunto, in Cina.

Gli scrittori low cost, se non conoscono alcuni dettagli di ciò che vorrebbero raccontare, fanno prima un giro su internet per capirci qualcosa dell’emofilia, poi chiedono alla cugina medico i dettagli di un’emorragia cerebrale in paziente emofiliaco, poi scrivono al carcere dell’Alabama per avere ragguagli sulle modalità di visita ai detenuti, poi scrivono all’ospedale di Dublino per avere alcune informazioni sull’accesso dei pazienti. E poi pregano che la cugina, il carcere dell’Alabama e l’ospedale di Dublino rispondano. Due su tre in media lo fanno.

Gli scrittori low cost hanno una madre insegnante che corregge loro tutti i refusi e le espressioni dialettali.

Ma soprattutto, gli scrittori low cost hanno, se sono fortunati, un altro lavoro che non è la scrittura e che, alla peggio, permette loro di campare, ma non certo di investire in ricerche costose oppure in editing seri.

Quindi, quando la piccola casa editrice di turno giudica il loro testo gradevole e pubblicabile, gli ingenui scrittori low cost se ne vanno pateticamente in giro per il mondo felici e contenti a reclamizzare il piccolo capolavoro che pensano di avere scritto, per poi farsi stroncare dalla critica e dalla massa dei lettori di Amazon.

In questo gli scrittori che hanno pubblicato con una grande CE (Casa Editrice) sono avvantaggiati, perché su un unico testo ci lavorano almeno due persone, autore e n+1 editors, e quando un lavoro viene fatto in squadra, ovviamente riesce meglio, più completo, più articolato, più strutturato. È appena normale. È uno dei primi principi appresi al corso di gestione del processo edilizio al Politecnico: dove c’è più controllo c’è più sicurezza. Non è un caso che gli aerei abbiano più motori e almeno due piloti.

Scrivo queste cose non per svalutare le piccole CE che non effettuano editing pesanti (non potendoselo permettere) e nemmeno per sminuire il merito degli autori delle grandi CE, che sono supportati da uno staff, ma solo per far capire a chi legge che anche dietro il libro di un autore non famoso c’è uno sforzo, anche se poi il risultato può essere meno riuscito.

Ma è poi meno riuscito? Questo è il dubbio amletico.

Bazzicando su Facebook ho trovato estremamente istruttivo il gruppo: “Sto leggendo questo libro…”, gruppo frequentato da più di 23 mila utenti che si divertono a condividere i titoli dei libri che leggono e a commentare e criticare le scelte altrui.

Bene, questo gruppo per me è stato istruttivo per due sostanziali motivi.

1.       Ogni libro, scritto anche da autori famosi, viene da qualcuno elogiato, da quanlcun altro massacrato ferocemente. Per quanti editors ci possano aver messo su le mani, ci sarà sempre qualcuno che troverà delle pecche nella trama, nella forma, nel contenuto, nello stile. Quindi, con tutti gli editors del mondo che cercheranno di porgere un’opera nel modo più appetitoso possibile al pubblico dei lettori, i gusti resteranno sempre gusti.

Io stessa ho ricevuto, per i miei libri, critiche ed elogi che si annullavano completamente a vicenda.

2.       La morale più amara di tutto ciò è che in un gruppo come “Sto leggendo questo libro…” appare evidente che l’amore per la lettura più che unire divide. C’è gente che si scanna a difendere la propria opinabilissima idea, in nome di non si sa che cosa. Faccio parte di un altro gruppo numeroso su Facebook: Celiaci & Alcoliaci. Sono tutti molto simpatici e ci si dà consigli a vicenda su come sopravvivere in un mondo pieno di glutine. Perché un problema come la celiachia unisce e annulla la competizione: celiaci contro il mondo! Invece i libri separano. Perché gli utenti del gruppo li massacrano proprio tutti, salvo i classici-classici che sono intoccabili, e che forse oggi sarebbero giudicati impubblicabili, ma nessuno osa dirlo per timore di sembrare ignorante. Perché c’è un pregiudizio contro gli esordienti, ma anche, al contrario, verso i classici.


p.s. L'immagine pubblicata è puramente esemplificativa delle discussioni tipiche su "Sto leggendo questo libro..." Non è mia intenzione esprimere alcun giudizio sul libro nella foto, che peraltro non ho letto.


Copyright Elena Genero Santoro Settembre 2014 - All rights reserved


martedì 16 settembre 2014

Celiaco? No, grazie


Per anni mi sono domandata perché il destino avesse voluto che io mi destreggiassi tra numerose intolleranze alimentari dalla mia post adolescenza. Se c’è un disegno cosmico e non tutto avviene per caso, ora lo so, anzi, lo so da un anno: per essere già pronta per affrontare la celiachia di mia figlia, che ora di anni ne ha 6.

Quando un anno fa, dopo un periodo in cui la bambina aveva mal di testa cronico, febbre un giorno su due e non si alzava più dal divano, è arrivata, del  tutto inaspettata, la diagnosi, mi sono sentita dire da tutti, ma proprio da tutti: Oh, beh, che vuoi che sia, oggi i celiaci hanno una vita normale, in giro si trovano un sacco di prodotti senza glutine, i problemi nella vita sono ben altri.

Dopo un anno di dieta ora mi viene da fare un primo bilancio: certo, nella vita ci sono altri problemi e altre malattie ben più invalidanti che non invidio né auguro a nessuno. Ma da qui a dire che la vita del celiaco sia proprio normale, beh, ce ne passa.

Intanto c’è stato l’impatto psicologico della bambina, che da un momento all’altro si è trovata a mangiare “diverso” senza capire il perché, dato che non associava in modo diretto il mal di testa e il ferro basso alla celiachia. Lei, per qualche ragione, non ha mai avuto sintomi immediati e violenti. Ma anche se fosse, non è semplice per un bambino in età prescolare mettere in correlazione cause ed effetti. E ancora oggi spera un giorno di tornare a mangiare come gli altri. Ancora oggi dopo un anno di dieta rigorosa a cui si è attenuta lei per prima scrupolosamente, mi domanda: Ma perché mangio senza glutine? Come hanno capito che dovevo mangiare tutto senza glutine?

E giù a rispiegarle, anzi, a ricordarle, -  perché ormai ha dimenticato il vecchio malessere, - che lei un anno fa non stava affatto bene, e per quel motivo le abbiamo fatto fare l’esame  del sangue e la biopsia e si è visto che il glutine era la causa della sua malattia.

Dopo l’inizio della dieta ci sono voluti due mesi di assestamento, anche perché con l’introduzione del nuovo regime alimentare mia figlia è diventata nervosissima. Un po’ per l’impatto fisico della disintossicazione, un po’ per la limitazione impostale. Neppure l’asilo, -  nella cui mensa mangiava isolata come una reietta per paura della contaminazione, - la aiutava a stare meglio e lei soffriva perché davano a lei i fusilli e agli altri gli spaghetti (tanto per dire).

E questo solo per raccontare l’impatto casalingo: diventiamo ogni giorno pazzi a separare i menù, più nessuno in famiglia mangia pane per paura di contaminare la tavola con le briciole e la parola “glutine” è come un’ossessione, un motivo di sottofondo da cui non ci si libera mai, anche se non la pronunciamo.

Poi c’è il mondo fuori, ed è ancora peggio. Credevo che fossimo ben più evoluti, nel 2014, che la celiachia fosse ormai un problema conosciuto e noto. Invece non è così.

In Italia, bisogna dirlo, non è tutto negativo. I gelati confezionati, per esempio, riportano chiaramente lo logo gluten-free quando il gelato è senza glutine e la mia bambina al mare non aveva difficoltà a scegliere tra i pur pochi gusti che aveva a disposizione. E nei supermercati la più parte dei prodotti contiene la dicitura Senza Glutine, oppure Può contenere tracce di…

E poi c’è l’AIC, una vera risorsa, che pubblica periodicamente l’elenco dei ristoranti con la doppia cucina e degli alimenti che si trovano nei supermercati e che sono acquistabili senza problemi. C’è anche l’app per il cellulare e io non potrei farne a meno.

Grazie all’AIC ho scoperto un paio di locali a Torino dove si mangia benissimo e glutenfree.

Aggiungo però che non tutti i locali con doppia cucina segnalati dall’AIC sono il paradiso. Quest’estate al mare abbiamo trovato un’unica pizzeria, e nel paese accanto, per giunta. Avevano sì la pizza senza glutine, ma solo quella. Il gelato no. E la bimba che voleva un dolcino, dopo aver atteso la pizza per un’ora, oltretutto (ci hanno servito alle 10 di sera, dalle 8,30, dunque pessimo servizio) ha dovuto rinunciare. Domanda ovvia: com’è possibile che un locale per celiaci non avesse un gelato senza glutine? Ancora me lo domando.

Per non parlare del bar, in zona ospedali a Torino, che l’AIC segnalava come “gluten free”. Ci ho portato mia figlia dopo un esame del sangue di controllo, appunto, delle antitransglutaminasi e company, con la vana e ingenua speranza che in quell’unico bar di Torino ci fossero delle brioches senza glutine. Invece l’unica cosa senza glutine era uno scaffale di merendine confezionate, come quelle che trovo al supermercato, ma vendute a prezzo triplo. Ad aprire un locale gluten free del genere sono capace pure io.

E questi sono i locali per cosiddire certificati. Poi c’è il resto del mondo.

Nel resto del mondo ci si deve arrangiare e contare sulla sensibilità dei gestori. E sulla loro informazione. Ci sono dei ristoratori che dicono convinti: Sì, noi puliamo, ma tanto poi cuoce tutto e con le alte temperature il glutine sparisce. Aiuto! Manco fosse il virus della toxoplasmosi.

Un esempio virtuoso è il macellaio da cui mi servo, che non è certificato, ma prepara i prodotti su ordinazione una volta alla settimana, dopo la pulizia generale, quando non c’è stata contaminazione. A Pasqua non ha voluto servirmi perché girava troppa farina per gli agnolotti e aveva paura di fare danni. Finora con lui non abbiamo mai avuto problemi.

Per sentito dire in un gruppo di Facebook (a me non è ancora capitato) ci sono celiaci che vengono presi a male parole dai ristoratori che non fanno mistero di quello che realmente pensano: i celiaci sono una rogna, una iattura, difficilmente gestibili e di loro non si sa che farne. Come a dire: per il fastidio che danno, non rendono abbastanza. Dunque, l’idilliaca vita del celiaco che in teoria al giorno d’oggi dovrebbe poter mangiare di tutto, viene messa a dura prova da certi casi esemplari che puzzano persino di razzismo. O semplicemente di tornaconto personale, in un mondo in cui tutto ha un prezzo, tutto è mercificato, a partire dal benessere.

Ma se qualche ristoratore evidentemente guadagna meglio con i non-celiaci (e perché non mettere un bel cartello sulla porta: “ingresso vietato ai celiaci”?), c’è chi invece guadagna proprio grazie ai celiaci. A parte il costo dei prodotti dolciari che è proibitivo e io mi domando: in Italia dove lo stato passa un sussidio, i cibi gluten free costano più o meno che all’estero? Perché nei negozi convenzionati si arriva a pagare 5 euro un pacco da 4 merendine microscopiche. Ed io che ho una figlia piccola non posso neanche pretendere che la bambina eviti di togliersi qualche sfizio. È una bambina, diamine. Una bambina circondata da altri bambini. Vuole le merendine come tutti. Non posso darle sempre pane e marmellata. Anche perché il pane senza glutine, in genere non è un granché. Con qualche eccezione.

E poi ci sono i negozi NON convenzionati, come le Biobotteghe varie, dove per far variare un po’ mia figlia ogni tanto acquistavo qualcosa, qualche biscotto diverso, qualche pasta al grano saraceno. E quando ho provato a chiedere: perché non vi convenzionate anche voi? Mi sono sentita rispondere: Ehhh, perché i rimborsi non arrivano mai… Ho ribadito: se prendete il giro e vi fate la clientela, i rimborsi saranno continui. Niente da fare.

Con mia somma soddisfazione, l’Ipercoop dove vado a comprare usualmente ha ampliato lo scaffale gluten free e ha iniziato a tenere gli stessi identici prodotti della Biobottega, convenzionati però. Marameo, Biobottega. Non mi vedrai mai più. E ben ti sta.

E all’estero? All’estero non so. In Italia, tutto si può dire, ma non che non ci sia un piano generale. Le convenzioni ci sono, i ristoranti certificati anche e nelle scuole il pasto senza glutine è obbligatorio per chi ne ha bisogno. (Nelle aziende no, non c’è nessun obbligo, e non so cosa accadrebbe se diventassi celiaca pure io. Non potrei fare altro che portarmi il barachin, perché pure l’insalata in mensa è contaminata dal cous cous e dal farro delle vasche limitrofe. E un sacco di gente scambia il cucchiaio).  Ma, dicevamo, all’estero? Immagino che sia una faticaccia. Chi vive all’estero, tra le persone di mia conoscenza, mi riferisce che non esiste alcun ristorante con doppia cucina per celiaci. Bisogna affidarsi alla sensibilità del singolo gestore. No ristoranti, no convenzioni. In Francia, so per certo, gli stessi gelati Algida che in Italia sono contrassegnati dal logo gluten free, là non riportano alcuna dicitura specifica. A Nizza abbiamo trovato una gelateria che a parole serviva prodotti senza glutine, compresi i coni senza glutine. Peccato che non cambiassero mai la paletta. Beati i francesi che non contano celiaci nella loro popolazione. Altre notizie non ne ho, perché le esperienze all’estero con mia figlia sono state limitate.

Eppure i celiaci ci sono, e tanti. In spiaggia quest’estate abbiamo contato 5  o 6 bimbi celiaci. E quando abbiamo fatto la festa a Ferragosto, abbiamo allestito un tavolo apposito di cibo senza glutine, complice la signora che gestiva lo stabilimento balneare, che si è attrezzata appositamente per noi. Ma nonostante ciò, nonostante io stessa presidiassi il tavolino-ghetto dei bimbi reietti, qualche adulto deficiente ha ugualmente piantato le sue manacce contaminate nei loro poveri e anemici pop-corn. Sono seguite le mie proteste vive e le mie rimostranze (okay, lo ammetto, ho mandato aff… qualcuno), ma tanto il danno era fatto.

Finché l’ultimo giorno di vacanza non ho deciso di festeggiare in spiaggia il compleanno di mia figlia con una festa 100% gluten free, per la gioia delle altre mamme di bimbi celiaci. Un successone. E per qualche strana ragione, si sono strafogati pure i non celiaci, senza risentirne.

Ma chiudiamo il nostro lamento del cigno con una buona notizia: a Natale la Bauli produrrà un pandoro gluten free. Figo, no? Voglio solo vedere quanto è grosso. Perché in realtà i panettoni glutenfree esistono già. Piccoli, monoporzione, ma ci sono. Sanno di segatura, si acquistano in farmacia e costano 5 euro.
 

 Copyright Elena G. Santoro Settembre 2014 All rights reserved.

 

 

   

sabato 13 settembre 2014

Recensione: Con la mia valigia gialla


Titolo: Con la mia valigia gialla
Autrice: Stefania Bergo
0111 Edizioni


Questa è la storia vera di una ragazza che, compressa in un’esistenza che le stava stretta, decide di partire per tre settimane di volontariato in Africa. Il romanzo è un po’ il suo diario di viaggio: il suo arrivo a Nairobi, poi all’ospedale St. Orsola di Matiri, infine il suo rientro e la successiva decisione di tornare, cosa che l’autrice ha poi fatto, in anni successivi. Questo libro merita davvero di essere letto e, devo dire, è stata veramente una piacevole scoperta. Stefania Bergo ha uno stile semplice, senza fronzoli. Stile che poteva risultare scarno e invece non lo è mai. Stefania Bergo ci porge l’Africa con grande immediatezza, e lo fa condividendo con noi il suo vissuto. Così noi vediamo attraverso i suoi occhi tutto ciò che lei ha visto e ripercorriamo ad una ad una le sue emozioni. Perché la peculiarità di questo romanzo è che riesce ad essere al contempo sia intimista che analitico: l’autrice sa trasmettere tutta la gioia che la sua esperienza le ha recato, ma mette anche in luce le contraddizioni di continente come l’Africa dove le risorse sono quantomeno mal distribuite, o anche solo di una città come Nairobi dove convivono persone ricchissime e famiglie poverissime. L’Africa è descritta come il paese dei contrasti dove vita e morte sono due facce di un’unica medaglia. Eppure il romanzo è positivo e comunica gioia. La speranza non viene persa neppure nel capitolo in cui si accenna con grande delicatezza alla morte di due bambini all’interno dell’ospedale. Questo romanzo non nasconde niente, non presenta l’immagine bucolica di un luogo da favola che non esiste. Tutto ciò che deve essere detto, viene detto, ma sempre con estrema lievità, sempre per sottolineare quali sono i veri valori della vita. Stefania Bergo descrive con grazia un’esperienza molto intensa. Romanzo consigliato a tutti.

Recensione: Destino di un amore


Titolo: Destino di un amore
Autrice: Linda Bertasi


Ci sono amori che pur nascendo da un sentimento autentico ci mettono una vita per poter essere davvero vissuti. È quello che accade a Philippe e Francesca, i protagonisti del romanzo di Linda Bertasi, due ventenni che si incontrano per caso nella metropolitana di Parigi, città romantica per antonomasia. Tra Philippe e Francesca è subito sintonia, e il romanzo si apre con l’inizio della loro storia dolce e appassionata. Eppure per Philippe e Francesca non è ancora arrivato il momento di essere felici, perché il destino ha in serbo per loro ben altre amare sorprese: in primis l’ostilità di Monica, la madre del ragazzo, che non vede di buon occhio quella relazione. Philippe proviene da una famiglia altolocata, Francesca è di umili origini e Monica la osteggia in ogni modo. Dopo pochi mesi di felicità Francesca decide di rinunciare al suo amore, ma la vera domanda è: cosa determina davvero l’andamento di una storia? È il destino avverso o sono le ingerenze degli altri? E le decisioni prese hanno origine da scelte consapevoli oppure dal senso di inadeguatezza? Francesca scappa perché in fondo non è pronta, perché non è un’eroina senza macchia e senza paura, ma una donna come ce ne potrebbero essere tante, ed è proprio questo che la rende realistica e umana agli occhi del lettore.

Ma poi il destino interviene di nuovo, Philippe e Francesca si incontrano ancora. Nel frattempo sono passati vent’anni, in mezzo c’è stata la vita, un matrimonio felice per lei e uno disastroso per lui. Philippe non è più il ragazzo candido di un tempo, ora è un uomo cinico e indurito. Francesca invece si è realizzata col lavoro. Ma la passione che ognuno prova per l’altro non può essere sopita. Intanto il testimone passa ai loro figli, Kevin e Cassandra, che si innamorano senza sapere che anche i loro genitori si erano amati un tempo. Il loro sentimento è puro, Kevin è dolcissimo e Cassandra viene completamente conquistata da tutte le sue premure, da tutte le sue attenzioni sincere. Vi innamorerete anche voi di Kevin e della sua tenerezza, così come degli altri personaggi, molto ben caratterizzati e mai stereotipati. Potranno i Kevin e Cassandra raccogliere l’eredità dei loro genitori?

Non voglio anticiparvi di più, per non rovinarvi il piacere di questo libro avvincente, ricco di colpi di scena e di avvenimenti mozzafiato, in cui una pagina tira l’altra. Linda Bertasi, al suo esordio con questa storia, cattura letteralmente l’attenzione del lettore. Lo stile è fluido e senza fronzoli, e le pagine corrono davvero veloci. Il romanzo di Linda Bertasi è sentimentale, intenso, ma mai melenso, che lascia anche il tempo per delle riflessioni. C’è spazio per due grandi amori, in una sola esistenza? Philippe, ovvero la passione giovanile, quella che rimane sempre presente, latente sotto la pelle, ma mai affievolita. Alessandro, il marito di Francesca, ovvero l’amore più maturo, quello che dà sicurezza e stabilità. Possono esistere entrambi nel cuore di una donna, oppure è necessaria una scelta? Ci sono amori che devono maturare a lungo prima di poter essere realmente vissuti. Ma se sono nel nostro destino, forse prima o poi arriveranno.

Copyright Elena G. Santoro Settembre 2014

domenica 7 settembre 2014

La rivincita delle rosse


L’altra sera in tv trasmettevano l’ennesima replica del film “La rivincita delle bionde”, che ormai ha una decina d’anni.
Elle Woods è lo stereotipo della ragazza bionda, dedita alla cosmesi e di conseguenza stupida che, per riconquistare il fidanzato che l'ha appena lasciata, lo segue fino ad Harvard, iscrivendosi alla facoltà di giurisprudenza.  Quando approda alla facoltà ed inizia le lezioni tutti la guardano come fosse un marziano. Lei, con i suoi completini fucsia e i suoi taccuini rosa a forma di cuore, non sembra azzeccarci nulla con tutti gli altri che prendono appunti direttamente sul pc portatile. Inizialmente l'unica motivazione di Elle è sentimentale, ma poi la nostra protagonista comincia a prenderci gusto, ad appassionarsi a ciò che sta facendo, e alla fine avrà anche un gran successo, con buona pace del fidanzato (che a quel punto la rivorrebbe, ma lei ormai non ne vuole più sapere e sta con un altro), dimostrando non solo di non essere stupida, ma anzi di essere una dei migliori (e sicuramente migliore di lui).

Io che pur bionda non sono, bensì rossa per scelta, mi ci identifico appieno. Non posso ogni volta non fare un salto indietro di vent’anni e tornare con la mente a quando, nel 1994, mi sono iscritta alla facoltà di Ingegneria. La mia scelta è stata dettata da motivi personali, non ero all'inseguimento di nessun ex, ma per il resto io e la povera Elle Woods abbiamo alcuni punti in comune.

Non so come se la passino oggi le ragazze al Politecnico, suppongo che le donne ormai siano sempre di più e non facciano più notizia, ma ancora vent’anni fa (caspita, sono già passati vent’anni), vi assicuro, la percentuale femminile era ancora bassa e molti maschietti ci guardavano con curiosità. Potrà mai una donna laurearsi in ingegneria? – pareva che si domandassero.

La risposta nel frattempo l’hanno avuta. Perché comunque, a parte tutto, che il Poli fosse un rifugio di nerd brutti e orientati solo alla materia scolastica, non era solo una leggenda metropolitana. Qualcosa di vero c'era. I Patrick Sartoris (intelligenti, studiosi, ma anche belli, mondani e sensibili) non erano sempre la regola. Anzi, devo dire, io sono stata veramente fortunata perché nel mio ramo, - EDILE, - già nel 1994 noi ragazze eravamo il 20% e gli altri 80% erano ragazzi solitamente interessanti, curiosi e assetati di cultura con cui era un piacere chiacchierare, e se anni dopo è nato il mio Patrick è solo grazie a loro. Ma Ingegneria Edile era una facoltà che prevedeva anche materie umanistiche, quali la storia dell’architettura, dell’arte e dell’urbanistica, l’analisi del territorio. Insomma, cose che avevano attinenza col reale e con la dialettica, e che non erano solo numeri. I miei compagni maschi erano appunto ragazzi che amavano anche la lettura, l’approfondimento culturale in generale, non solo le materie scolastiche.

I nerd pullulavano prevalentemente in aree quali l’ingegneria meccanica e quella elettronica/informatica, dove la percentuale femminile scendeva drasticamente all’1-5%. E girando dalle loro parti io non potevo che identificarmi con la povera Elle Woods del film, che agli occhi degli altri studenti doveva sembrare una bestia rarissima.

Avevo conosciuto un tizio di ingegneria elettronica che era arrivato ai primi posti già al test di ingresso (tra i primi su più di duemila iscritti) e stava facendo un carrierone. Lo incontrai alla fine di una sessione d’esame, era la prima sessione del secondo anno. Gli chiesi com’era andata. Avevamo tutti seguito 3 corsi nel primo semestre. Lui mi rispose:

-         Eh, male. Ho dato Analisi II e ho preso 30. Ho dato Elettrotecnica e ho preso 30. Poi ho fatto lo scritto di Fisica II e ho preso 30. E invece all’orale…

-         Ti hanno segato? –  domandai incredula.

-         No, mi sono ammalato.

-         E hai perso lo scritto?

-         No, il prof me lo tiene da parte. L’orale lo darò poi.

Il mio vaffanculo non si fece attendere.

Ma del resto cosa pretendere da uno che una sera mi offrì un passaggio, ma solo per portarmi fin dove abitava lui (poi avrei dovuto prendere un pullman)? Che galantuomo.

Altro aneddoto. Dipartimento di ingegneria elettronica. Passa una gran gnocca e uno dei due informatici (quello dei due che ha ancora un paio di ormoni attivi), fa un apprezzamento. L’altro lo secca prontamente:

-         Quella lì non sa programmare.

Potrei citare altri esempi, ma me li terrò per la prossima volta.
Quindi, cosa potevano pensare dei ragazzi del genere di una come me che, esattamente come Elle Woods, rigorosamente non usciva di casa senza ombretto e mascara sugli occhi e prendeva appunti su quaderni rosa che riponeva poi nello zaino altrettanto rosa? Era evidente che io non avessi le physique du role dell’ingegnere maschio medio, eppure, ma pensa un po’, mi sono laureata, e pure in tempi brevi.

La rivincita delle bionde ha un gran finale perché Elle Woods dimostra di poter diventare un grande avvocato non conformandosi alla massa, non rinnegando le sue peculiarità, ma proprio grazie a quelle: Elle vince una causa per merito delle sue approfondite conoscenze in campo cosmetico, che nessun altro aveva tra i suoi colleghi apparentemente più preparati e seri.

Quindi è un film contro gli stereotipi che rischiano di diventare limitanti, è un inno ad essere se stessi e a utilizzare i propri punti forti per poter diventare qualunque cosa si voglia.

Ed è così che la bionda Elle è diventata un avvocato, che la rossa Elena è diventata un ingegnere edile e chissà che un ingegnere edile, in futuro, non possa diventare anche una buona scrittrice.
Copyright Elena Genero Santoro Settembre 2014
 

lunedì 1 settembre 2014

Si prega di leggere i libri prima di recensirli.

Oggi mi sono fatta le mie più grasse risate perché la tenutaria di un cosiddetto blog letterario (Tamara V. Mussio di Gli Spaccia Lezioni) a cui avevo incautamente affidato uno dei miei libri ha pubblicato una recensione a dir poco impietosa.
Ne pubblico un paio di stralci e lo faccio con il p-stamp, affinché, in caso di modifiche future, non vada perduta la prima gloriosa versione che è veramente una chicca.

Ma veniamo a noi e vediamo perché la cosa mi fa veramente ghignare. La Mussio scrive:
"La storia si apre con una panoramica su cinque coppie: Fabiana – Iago, Patrick – Futura, Giovanni – Manuela, Elettra – Ted, Mac – Julie,"
1° obiezione: non c'è NESSUNA JULIE!
Poi prosegue:
"In mezzo a queste dinamiche spunta la storia di Luis Crawford, fratello di Ted, detenuto nel braccio della morte e in attesa di sentenza definitiva".
SBAGLIATO SBAGLIATISSIMO, il mio povero condannato ha già avuto la condanna definitiva e attende con angoscia che la sentenza sia posta in essere, cioè attende già la morte. C'è una bella differenza (2° obiezione).
Infine va avanti:
"Lo stesso registro linguistico viene utilizzato dall’ingegnere elettronico, dalla cameriera, dalla casalinga e dall’avvocato. In pratica, da tutti i personaggi, che non hanno una caratterizzazione linguistica che permetta di distinguere gli scambi di battute".
3° obiezione: TROVATEMI LA CAMERIERA E LA CASALINGA nel mio libro, perché io non le ho proprio viste. Forse c'era una barista, che però di primo mestiere era una laureanda in lettere e se parlava bene un motivo dunque ci stava. E l'ingegnere c'è (il mio adorato Patrick <3), ma non è elettronico. E questa era la 3° e ultima obiezione.

Tutto ciò, scrive la Mussio insieme ad altri complimenti, per sentenziare che con il mio romanzo ho fallito nell'intento, da cui deduco che la mia storia non le sia arrivata.
Cara Tamara, sono realmente dispiaciuta che la mia storia non ti sia arrivata, che i miei personaggi non ti abbiano colpito e affascinato.
Converrai con me però che "Julie", "la cameriera", "la casalinga" e "l'ingegnere elettronico" non potevano arrivarti, e ti confido una cosa, non sono mai arrivati nemmeno a me, perché proprio NON C'ERANO....

Un'altra volta, prima di stroncare un'opera altrui, magari il libro leggilo anziché sfogliarlo, che ne dici? Che poi magari qualcuno ci crede anche alle castronerie che scrivi, eh?

Pensa se perdo dei lettori perché cercavano proprio l'ingegnere elettronico e la cameriera che non c'erano...

Copyright Elena Genero Santoro Settembre 2014.

Un errore di gioventù

Un errore di gioventù
Futura è incinta per la seconda volta e a Patrick sembra che il loro mondo sia perfetto, ma una notizia dal passato potrebbe scombinare tutto. Patrick infatti viene contattato da una sua ex, Arlene, che gli confessa di avere una figlia quasi adolescente, che potrebbe essere sua. Lui però non ha il coraggio di rivelarlo alla moglie.

L'occasione di una vita

L'occasione di una vita
Tre donne, tre occasioni per cambiare la propria vita. A Londra Futura rimane inaspettatamente incinta, ma Patrick inizialmente non è disposto ad accettare l'idea di diventare padre. Tra i due conviventi scende a lungo il gelo, finché il ragazzo, intenerito dall'ecografia del piccolo, decide di rivedere le proprie posizioni. Non fa in tempo però a manifestare le sue intenzioni che Futura perde il bambino e in conseguenza di ciò decide di allontanarsi, non essendosi sentita sufficientemente amata e capita durante la pur breve gestazione. A Torino Massimo e Ljuda, sposati e con due bambini, si dividono tra lavori part-time e la gestione della Casa di Accoglienza, struttura che si occupa di ospitare donne vittime di violenza che tentano di rimettere insiemi i cocci della loro vita. Ljuda però non è felice, le pesa la perenne carenza di soldi e decide, senza il benestare del marito, di partecipare al Reality più famoso d'Italia, dove è stata scritturata come concorrente, per dare una svolta alla sua esistenza.

Perché ne sono innamorata

Perché ne sono innamorata
Quanti modi ci sono per innamorarsi? E quanti per esprimere l’amore? Come inizia una storia duratura? La sognatrice Manuela, l’introversa e concreta Futura, la tenace Ljuda e la rassegnata Martina sono alle prese, rispettivamente, ma non sempre biunivocamente, con un promesso sposo altrui e inaffidabile, un ragazzo affascinante ma affetto da una patologia genetica, un seminarista e un fidanzato arrogante e violento. Impareranno, a loro spese, a discernere le relazioni sane da quelle malate.

Lettori fissi

Informazioni personali

La mia foto
Sono nata a Torino nel 1975 dove ancora risiedo e lavoro. Ho pubblicato qualche romanzo e ogni tanto condivido sul blog i miei pensieri.